Quand Raynaud s’invite chez Prouvé
Laura Martin

L’articolo
Su Art Critique, Laura Martin dedica una recensione alla mostra che inaugura la galleria Nathan Chiche, insediata a Vantoux in una scuola progettata da Jean Prouvé nel 1951. Il suo testo procede in tre tempi: l'architetto, l'artista, poi il loro incontro.
Ricorda il percorso di Prouvé, da fabbro d'arte a ingegnere e industriale, il suo lavoro sulla lamiera d'acciaio e la sua appartenenza all'Union des artistes modernes, e ritrova a Vantoux il suo vocabolario: pannelli forati da oblò, portale rosso, edificio montato in due settimane. Presenta poi gli «psico-oggetti» di Jean-Pierre Raynaud, vasi da fiori, piastrelle di ceramica o cartelli stradali, che il rapporto intimo dell'artista con essi distingue dal ready-made e che recano una minaccia in cui si mescolano memoria collettiva e storia personale.
Al costruttore che edifica la propria casa a Nancy, contrappone l'artista che distrusse la sua a La Celle-Saint-Cloud. Nella prima sala, dodici banchi biposto di Prouvé fungono da basi per ventiquattro vanitas: un cranio neolitico stampato su piastrella di ceramica, arricchito da lettere di plastica colorate. Nella seconda, appese ai pannelli con oblò, le vanitas fanno giocare la curva dei crani contro i vetri rotondi, e l'autrice vi vede un'eco delle sedie elettriche di Andy Warhol.
Legge nel titolo una riflessione su esistenze il cui esito è già scritto ma che bisogna costruire con la pazienza di uno scolaro, e osserva che la galleria inaugura così una programmazione fondata su coppie di artisti.
« À la pensée constructive de Prouvé répond la logique destructive de Raynaud »
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